
Oggi voglio parlarvi di un manuale di sopravvivenza femminile assolutamente utile e divertente, perfetto per ogni età: le ragazzine che vogliono vederci chiaro e le donne che hanno voglia di ridere delle loro manie. Si tratta di Eroine Multitasking, scritto da Giovanna Gallo, blogger, giornalista, scrittrice e ragazza di innumerevoli talenti.
L’autrice ha appena compiuto ventisette anni, ma la sa già lunga sulla vita. Infatti nel suo libro, diviso in esilaranti capitoli tematici, racconta come noi donne per campare, o meglio essere sempre all’altezza della situazione, ci facciamo del male. E non in un modo univoco ma, appunto, multitasking. Perchè a causa (forse) di un gene impazzito siamo tentate a tenere tutto sotto controllo e a dannarci a più non posso, contemporaneamente su più settori, per ottenere da noi stesse la perfezione.
Anche a costo di sclerare.
Giovanna racconta tutto, partendo dagli anni bui delle medie, quando per le ragazzine inizia il periodo dell’emulazione dei falsi modelli femminile imposti da giornali e tv. Affronta poi i vari argomenti, cioè le tappe basilari della vita di una donna, senza perdere mai il senso dell’ironia. Per salvarci dallo stress delle nostre stesse aspettative che diventano sempre più iperboliche, ci invita ad accettarci e a volerci più bene. Il tutto condito dalle deliziose illustrazioni di Francesca Crescentini.
E per finire nel libro c’è anche la mia postfazione, che mi sono informata, ha lo stesso senso e valore della prefazione quindi potete leggerla anche adesso!
Le pantofole in peluche con la testa di cane: grande conforto nei lunghi mesi invernali.
Permalosa e vendicativa, tutto l’anno ma specialmente in quei giorni: niente di più vero.
Poi naturalmente possiedo la camicetta che slaccio un bottone e sono sexy, poi cambio idea: lo riallaccio e divento una suora.
Sottolineo tutto questo per confermare che quello che avete letto in questo libro è vero.
Assolutamente realistico.
L’autrice ha grande senso dell’ironia e qualche volta si lascia anche un po’ andare a qualche paragone iperbolico, ma è una ragazza sincera. Sono più vecchia di lei e posso quindi avvalorare tutto quello che sostiene Giovanna Gallo riguardo alle gioie delle femminilità. A venti, trenta, quaranta e forse fino al momento di varcare la soglia di Villa Arzilla, essere multitasking è il nostro karma.
Ma per non soccombere la scappatoia giusta, oltre a non prenderci troppo sul serio come suggerisce l’autrice, è non pretendere da noi stesse la perfezione.
Da memorizzare sono i paragrafi dove scrive che è pericolosissimo per la nostra serenità farsi fregare dai modelli femminili falsi e zuccherosi imposti dai media. Giornali e tv bisogna anche capirli, scrivono e affermano certe cose perché devono aiutare il PIL a risollevarsi: vendendo anche creme dimagranti, anti-age liftanti, jeans rimodellanti, piastre turbo per capelli più setosi di Barbie, fino a gazebi per matrimoni romantici all’americana.
Tutto sacrosanto, ma da prendere con le pinze. Non cadiamo nel tranello di volerci trasformare in donne bioniche a tutti costi. E soprattutto non dobbiamo sentirci in colpa quando le pile si scaricano e ci prende una voglia prepotente ed egoista di fregarcerne di tutto e non fare assolutamente nulla. Neanche di andare all’Ikea!

In uno degli ultimi weekend siamo state a Chiavari e abbiamo fatto un giro nel bellissimo giardino botanico di Villa Rocca, un’oasi verde che si trova proprio nel centro della cittadina. Abbiamo camminato fra le stradine, ammirato piante e fiori, fatto cucù fra le gigantesche foglie di banano…

… stavamo per andarcene quando in una vasca d’acqua, un piccolo lago delimitato da sassi e bamboo, ho visto una piramide di tartarughe. Pensavo fossero di ferro, una scultura insommma e invece ho notato che si muovevano. Allora siamo rimaste incantate, per un’ora (non esagero) a spiarle. Ecco cosa abbiamo visto:
Una che cercava di salire sulla piccola piattaforma già gremita al massimo e spingeva con il muso e le zampe:
“Fatemi spazio, tu scendi che sei lì da tre ore”
“Col cavolo! Annegati!”
Si beccava una zampata sul muso da quella prepotente che era appollaiata su un’altra, forse troppo vecchia per ribellarsi. Allora nuotava, circumnavigando la piattaforma per provare a salire dal lato opposto, dove sembrava esserci un piccolo spiraglio vuoto tra i tanti gusci delle consorelle. Ma anche lì appena metteva su il muso e una zampa, zac! Tutte d’accordo per non accettarla.
“Buuuuuuuuuuuu! Sfigata stai giù!”, la bullavano e ributtavano in acqua.
Le fortunate che avevano “un posto al sole” erano più cattive e aggressive degli automobilisti milanesi quando si litigano un parcheggio.
Proprio di fronte alla piattaforma c’era la pazza della comunità, una tartaruga che per l’intera ora che siamo rimaste a osservare cercava di scappare dal laghetto. Nuotava sott’ acqua poi prendeva la rincorsa per saltar fuori, aggrappandosi a un mini ringhiera di tre listelli di ferro che delimitava il laghetto e serviva a produrre un effetto cascata.
“Questa volta ci riesco!”, saltava fuori dall’acqua con la zampina si aggrappava al secondo listello, cercava di darsi la spinta giusta per arrivare al terzo e fuggire verso la libertà, invece invariabilmente la corrente (che serviva per produrre la cascatella) la rispediva giù.
“Proviamoci ancora una volta! Pronti: uno, due e hop!”
La zampina anteriore afferrava il listello della ringhiera e poi ciccia! Ricadeva giù in acqua.
Ma lei alienata come un giocatore di slot machine, non voleva cedere alla malasorte. E continuava la manovra ad aeternum.
Le altre la ignoravano.
Poi c’era il piccoletto, una baby tartaruga che nuotava dietro la mamma cercando di farsi trasportare sopra il guscio.
Ma la mamma non ne aveva assolutamente voglia. Il piccolo le dava fastidio, anche perchè aveva deciso di salire anche lei a prendere il sole su un altro lato fichissimo del laghetto dove c’era una specie di oasi in mezzo alle canne di bamboo.
Zona esclusiva ombreggiata e al contempo soleggiata, asciutta e poco affollata.
Sopra erano solo in due, di cui una con l’aria da boss e un guscio enorme.
Area esclusiva anche perchè era difficile salire. Specialmente con il carapace, che nei salti è una zavorra pazzesca.
Poi con il figlio sempre dietro non poteva neanche prendere la rincorsa perchè il piccoletto era troppo vicino.
Ha provato una prima volta ed è andata male. Si è capottata con una capriola mostrando la bella pancia gialla.
Un’altra nuotatina, con il piccoletto sempre a ruota, e un nuovo tentativo. Altra debacle, con caduta meno rovinosa. Ha cominciato a innervosirsi e come tutte le mamme se l’è presa con il figliolo.
Quindi è partita per il terzo tentativo con urlo al piccoletto:
“Non darmi fastidio proprio adesso che sto facendo manovra!”
E oltre ad aver trattato male il figlio non ce l’ha fatta neanche stavolta.
Intanto infrattati in un angolo ombroso a fine laghetto c’erano due, soli soletti, che si accoppiavano.
Dopotutto, anche se piove sempre, è primavera, la stagione degli amori. E la coppia sembrava saperlo bene.
Intanto la prima tartaruga, quella che voleva salire sulla piattaforma ma le amiche egoiste ed elitarie la zampavano via, troppo frustrata dai tentativi a vuoto, ha insultato le consorelle: “Carogne! Me la pagherete!” e ha cominciato a nuotare per raggiungere il lato godereccio. Quello degli amplessi per distrarsi e azzerare lo stress.
P.S. ho letto i dettagli scientifici sul comportamento delle tartarughe e forse non la pensano proprio come ho interpretato io, ma concedetemi la licenza poetica!
L’orizzonte si è rischiarato, ultimamente le cose vanno meglio.
L’ondata negativa sembra essere arretrata.
Ho creato un mini-orto sul balcone, mi diverto a fare un sacco di foto con Instagram e ho ritrovato un po’ di tempo e concentrazione per scrivere. Sono stata brava e oggi ho finito il quarto capitolo del nuovo romanzo. Mentre a sorpresa Affari d’amore, a un anno dall’uscita, in promozione nella versione ebook (a solo 1.99) su Amazon è anche entrato in classifica.

Adesso riprendo anche a scrivere il blog e sono a posto!
Però il mese di maggio è sempre sinonimo di stress scolastico. Le mie figlie a scuola vanno bene però si discute perchè i punti di vista di un adolescente non coincidono quasi mai con quello dei loro genitori. Quindi spesso è difficile riuscire a non imporre il proprio parere, criticare, intromettersi….
Per me era così fino a due giorni fa, quando ho ritrovato il mio diario scolastico di terza liceo scientifico.
Un libretto verde dalla copertina lisa, coperta di adesivi che era già stato scoperto da Emma due anni fa durante lo sgombero della casa di mia madre ma in quei giorni avevo archiviato senza attenzione in un cassetto della libreria. Dimenticato fino a l’altro ieri, quando dovevo scrivere e finire il quarto capitolo e invece cazzeggiavo cercando pretesti per posporre il lavoro. Così per perdere tempo ho aperto il mio vecchio diario…

E ho avuto la conferma di essere sempre stata demente.
Ricordavo con allegria gli anni del liceo e le furbate che ho fatto per sfangarla fino alla maturità, ma avevo rimosso i dettagli più imbarazzanti. Le battutine stupide, le barzellette scontate, le scorciatoie patetiche per non farmi interrogare: tutto è documentato senza censura… anche la mia mediocrità scolastica.
Mi sono sempre vantata con le mie figlie di essere stata bravissima in italiano e inglese e invece alla fine in pagella avevo solo 6! Però ero fichissima, in storia e filosofia, (vabbè avevo 7) cosa che assolutamente non ricordavo. In matematica, fisica mi giustificavo a più non posso. Avevo fatto anche uno schemino delle giustificazioni per regolarmi meglio e studiare il meno possibile. Poi una pagina utilissima dove mi allenavo per falsificare la firma di mia madre (poi l’ho coperta di adesivi per mimetizzarla). Insomma una schifezza di alunna.
Però mi sono divertita.
Proprio in memoria di queste bravate adesso non ho più il coraggio di criticare le mie figlie, ero molto peggio di loro. E ai tempi in cui non solo non esisteva Facebook nel mio diario ho trovato appicicate foto di adolescenti in bikini, già ci si mostrava e pavoneggiava…in tre pagine diverse c’ero io, Carla e Brunetta e i miei compagni “mi piace” l’hanno scritto a penna di fianco.

Sabato sera Sant’ ed io siamo andati fuori a cena.
Una serata a due: dopo che abbiamo attraversato momenti difficili doveva essere un toccasana e uno svago piacevole. Eravamo anche un po’ emozionati. Il ristorante l’ho scelto io: c’ero stata con una mia amica ed ero rimasta colpita dalla cucina particolarmente deliziosa. Infatti abbiamo mangiato molto bene, sorseggiato prosecco, chiacchierato e scherzato.
A fine serata siamo usciti da locale allegri e spensierati. Sotto la pioggia.
L’unico lato negativo…
Le nostre figlie erano state con i loro amici e quando ci siamo ritrovati tutti a casa: eravamo la versione saturday night della maledetta famiglia del Mulino Bianco.
Al momento di dormire Sant’ ed io ci siamo augurati la buonanotte promettendoci altre seratine simili. Peró tre minuti dopo aver spento la luce, il compagno della mia vita mi ha detto che sentiva un dolorino allo stomaco.
Ho commentato che mi dispiaceva e poi ho abbracciato con affetto il cuscino, convinta che presto si sarebbe sentito meglio. Ero stanca e volevo solo addormentarmi.
Dopo dieci minuti, Sant’ ha pensato di non aver digerito bene e deciso di andare in cucina farsi un the. Ho annuito girandomi fra le coperte.
Mezz’ora dopo ha cominciato a passeggiare su e giù per la camera sempre più inquieto.
Poi ha deciso che avrebbe portato fuori il cane per muoversi un po’.
Era passata mezzanotte, diluviava e il cane russava beato dopo aver già fatto la passeggiatina serale: ho cominciato a sospettare che qualcosa non andasse proprio bene.
Infatti poco piú tardi il suo malessere ê aumentato e vi risparmio i dettagli.
Alle 2 Sant’ era piegato in due e ululava abbracciato al water.
Il romanticismo della serata oramai si era decisamente perso.
Alle 2,30 sembrava dovesse partorire. Magari anche due gemelli.
Non essendo biologicamente possibile, sotto la pioggia battente, superando me stessa in una prova di guida acrobatica, mi sono messa la tuta sopra il pigiama e con la crema da notte in faccia, l’ho portato al Pronto Soccorso. E menomale che a quell’ora c’era poca gente.
Era una colica bastarda causata da un (già noto) calcolo alla cistifellea.
Sant’ ha urlato di dolore fino alle 4.30.
Pareva proprio in travaglio, anche l’antidolorifico in vena sembrava non fare effetto. A un certo punto, disperato, ha fatto anche la respirazione che aveva imparato quando era venuto con me ai corsi preparto.
Poi ieri mattina l’hanno operato e gli hanno tolto la cistifellea.
Ora sta “bene”.
La nostra seratina romantica è stata veramente indimenticabile!


