L’altro giorno ho fatto il panbanana: era la prima volta ed era veramente delizioso. Così buono che la mattina seguente me lo sono finito tutto da sola. Mentre lo gustavo pensavo che le banane sono un frutto proprio buono. In famiglia Sant’ e le ragazze sono delle appassionate mangiatrici di banane, mentre io sono sempre stata un po’ freddina con questo frutto.
Ripensandoci me ne chiedevo la ragione. Poi un ricordo mi ha fulminato e il Freud che è in me mi ha illuminato…
Quando ero piccola andavo a trovare mia nonna a La Spezia. Mia nonna non era una persona normale, era sempre piuttosto burbera e arrabbiata. Sembrava anche che i bambini non le piacessero troppo.
Un giorno mia nonna ed io stavamo andando all’outlet della banana, dove vendevano le banane a pezzi. Forse perchè a quei tempi c’era meno benessere, forse perchè le banane arrivavano con le navi, a La Spezia c’era questo strano negozio di fruttivendolo, dove si potevano comprare banane a prezzi competitivi, perchè non erano l’intero frutto ma solo pezzi di banana. Probabilmente quelli che si erano salvati nel trasporto. Funzionava così: le parti nere, ammaccate, venivano buttate e rimanevano le altre, quelle integre da vendere.
Mentre ci avvicinavamo al negozio, mia nonna mi dice:
“Vedi quel bell’appartamento lassù?”, indicando le persiane delle finestre dell’ultimo piano dell’edificio dove si trovava anche l’outlet delle banane.
“Quell’appartamento non lo vuole più nessuno, perchè l’anno scorso c’è stato un omicidio. Il marito ha fatto fuori la moglie e il suo amico. Li ha proprio fatti a pezzi”
“A pezzi?”
“Si, sì, proprio a pezzi. Come le banane”, probabilmente la sfortunata similitudine è stata fatta da mia nonna per rendere il concetto più assimilabile e infatti è riuscita perfettamente nello scopo.
Avrò avuto 4-5 anni e mi sono rifiutata di andare a comprare le banane quel giorno.
E da allora sono sempre stata un po’ restia a ingozzarmi di banane. Ma mi sono appassionata alla cronaca nera.
Quand’ero bambina avevo letto che il 3 marzo in Giappone era la festa delle bambole. Quasi tutti gli anni però mi dimenticavo di festeggiare. Oggi invece mi sono ricordata e, considerato che oramai per me il tempo delle bambole è scaduto da una vita, dedicherò questo post ai pupazzi delle mie figlie.
Come nella nostra società, anche tra i pupazzi non c’è democrazia.
I pupazzi sono più o meno fighi-importanti-amati-insostituibili.
Per Anita il pupazzo n°1 è Ia, un coniglio rosa di pezza di 12 anni e 9 mesi che la mia primogenita ha incontrato quando aveva 3 mesi e da allora è stato amore. Ia era insostituibile e assolutamente necessario per dormire, Anita succhiava il dito e teneva Ia con l’altra mano. Ricordo uno di quei terribili inverni di tosse, bronchiti e broncospasmi quando Anita era piccola e sempre malata. La pediatra ci aveva spedito in Liguria (probabilmente prendeva la mezza dagli albergatori della zona) per un paio di settimane terapeutiche di aria iodata e pallido sole. Andavamo a Celle Ligure. A Voghera ci siamo accorti che Ia era stato dimenticato a casa. Non potevamo assolutamente proseguire, così siamo tornati indietro a prendere Ia, altrimenti mia figlia non avrebbe dormito non per la tosse, ma per la disperata assenza del suo amatissimo pupazzo.
L’importanza di Ia mi è stata chiara da subito. Ia seguiva Anita ovunque: in casa, ai giardinetti, in auto, a fare la spesa, spesso cadeva in terra e ovviamente il rosa pallido della sua pelle si tingeva di grigino o di marroncino, aveva spesso macchie di latte rappreso, qualche volta anche baffi di marmellata.
Puzzava. Doveva essere lavato. Ma poi doveva anche essere asciugato e questo significava magari una notte senza Ia. Di sicuro una notte di tormento. Dovevamo trovare un altro Ia, un clone, una controfigura, un doppio.
Ia era stato prodotto dalla Fisher Price, avevo cercato nel catalogo e…non era più in produzione. Sciagura!
Della stessa linea -Dolci Coccole- era rimasto sul mercato solo un inutile orsetto beige .
Allora avevo telefonato all’outlet più vicino per sapere se per caso ci fosse stato qualche vecchio Ia, avanzo di magazzino.
Con un’insperata botta di fortuna un ultimo Ia giaceva, dimenticato, nel discount ad Arona sul Lago Maggiore. L’abbiamo acquistato, lavato più volte, per scolorirlo come il primo Ia, e tenuto di scorta in un sacchetto in fondo all’armadio. Così quando Ia lercio andava in lavatrice, il secondo Ia subentrava profumato e senza germi serenamente, pacatamente e soprattutto clandestinamente.
Questo è ancora un segreto in famiglia che Sant’ e io porteremo nella tomba.
Forse perchè oramai ho il cervello in pappa, l’altra sera, mentre urlavo: “Ora basta, andate a lettoooo!”, mi sono ricordata improvvisamente che il cognome di Ia è appunto Dolcicoccole. Come certe persone si chiamano Bevilacqua, Spazzacampagna, ecc. anche Ia ha un cognome composto e si chiama Dolcicoccole.
Così ho gridato ad Anita: “Sai qual è il cognome di Ia? Dolcicoccole!”
Anita, che stava smanettando su FB, mi ha guardata con compassione.
Mia figlia dorme ancora con tutti i suoi pupazzi quindi non poteva fare troppo la sostenuta. Fingere che la mia non fosse una notizia bomba.
Così mi ha dato retta e abbiamo stabilito che oltre a Ia Dolcicoccole, nel suo letto ci sono la tartaruga Guga Manhattan, la scimmia Lolo Jellycat, l’Orsopanno Eden. (Il cognome degli altri è dato dalla loro etichetta)

Emma invece ama il ranocchio Sky, che veste con gli abiti che abbiamo comprato in Scozia, e per viaggiare usa la versione light Skyino. Sono cugini e di cognome fanno Noukie.

Ieri siamo stati alla Triennale, uno dei miei luoghi preferiti in città, a vedere la bellissima mostra di Roy Lichtenstein . A me piace molto la pop art, che è allegra e divertente e facilmente assimilabile anche dai bambini. Lichtenstein poi con il suo stile fumettistico è piaciuto molto anche a Emma e Anita.
Poi abbiamo visto anche un’altra mostra Green Life sulle città sostenibili. Un’utopia di buoni propositi e sogni di vita in spazi urbani vivibili, in mezzo al verde anzichè alla puzza di smog che ci attanaglia. C’erano un sacco di piante, tanto per farmi sentire in colpa e poi alla fine un bel prato verticale dove abbiamo visto che una ragazza, forse una modella, bella, palliddissima, truccatissima e magrissima, si faceva fotografare. Così ci siamo fatte la foto anche noi. Spero sia di buon auspicio per rinverdire il mio pollice!



Stanotte invece ho sognato Obama.
Un mezzo incubo nella mia fase rem.
Eravamo in un bagno di un luogo pubblico. L’avevo già sognato altre volte, anche con Michelle e le figlie, quindi non ero particolarmente emozionata. Gli ho ribadito la mia stima, lui ha minimizzato e ha continuato a guardare in un cassetto che si trovava proprio sotto i lavandini.
Ravanava nel cassetto piuttosto concentrato. Poi nel bagno è entrata una signora con una divisa: era una sua assistente. Quando l’ha vista Obama ha tirato fuori l’intero cassetto dal mobile del bagno e l’ha passato alla solerte assistente. Ho allungato il collo e dato una sbirciatina: era pieno di blush, terre e fondotinta. In polvere, solidi e liquidi. Anti-age e a effetto seta. In varie tonalità. C’erano anche pennelli e spugnette.
Obama ha detto alla sua assistente: “Penso che questi possano andare”
Lei ha dato un’occhiata e ha annuito seria.
Obama mi ha fatto un sobrio cenno di saluto e si è avviato, seguito dalla sua fedele collaboratrice, verso l’uscita del bagno .
Sono rimasta in piedi vicino ai lavandini perplessa domandandomi se veramente fra il nostro Paese e gli Usa ci sia così tanta affinità.
Chiedendomi, con angoscia, se anche Obama sia schiavo del fard.
“Mamma cosa è successo?”, mi chiede Anita appena tornata da scuola.
“Niente…”
“Perchè hai quella faccia?”
“E’ morto Potus”
“Oh, no! Mi dispiace, povero Potus!”
“Eh, si… purtroppo”
“Mamma non essere triste, ora sarà nel paradiso delle piante. Ha avuto una vita lunga e felice, piena di soddisfazioni”
Io e Potus eravamo insieme da 21 anni, l’avevo comprato in un chiosco all’angolo di piazzale Cuoco, appena ero arrivata a Milano. Per farmi compagnia ed essere en pendant con l’assurda moquette verde pisello del mio monolocale. Potus mi aveva seguito poi in tutti i traslochi. Potus era con me quando ho incontrato Sant’, Potus ha visto il matrimnio, la nascita delle bambine…è stato testimone degli avvenimenti più importanti della mia vita.
Potus aveva avuto 4 figli, due morti in culla, cioè subito dopo la nascita perchè ero andata in vacanza e mia cognata non li aveva annaffiati. Gli altri due invece erano sopravvissuti e ormai grandi.
Erano, fino a ieri, nella serra sul balcone di fianco a lui. Ho trovato morti anche loro.
Quest’inverno per le mie piante è stata una vera strage: oltre a Potus e prole, sono schiattati Ficus, il primo della serie, tre mesi fa. Ficus, aveva 5 anni, era di Emma che lo annaffiava, spolverava e l’anno scorso gli aveva anche regalato per Natale un pupazzetto di albero in panno lenci rosso e glielo aveva attaccato alle foglie.
Ficus quest’estate era sulla terrazza, stava bene. Poi verso l’autunno ha cominciato a perdere foglie inspiegabilmente.
L’ho portato in casa per passare l’inverno e dopo pochi mesi è morto. Emma era molto triste.
Poi è toccato a Dracena, 7 anni, stava bene era anche incinta di un Dracenino e invece in casa, un mese dopo Ficus se n’è andata anche lei. Poi è stato il turno di un’altra pianta che non aveva un nome, veniva semplicemente chiamata “quella di Anita” perchè 4 anni fa era stata un regalino di Natale preparato con le maestre.
Era una pianta grassa con dei fiorellini fucsia. A casa nostra stava benissimo era cresciuta e le avevo cambiato il vaso più volte. Anche lei trovata, ieri, cadavare nella serra.
Forse la suina ha risparmiato gli umani del pianeta e si è concentrata sulle mie piante.
Sono convinta che sia stata una pandemia. Potus aveva strane macchie grigie sulle foglie. E il suo primo figlio morto, da verde era diventato grigio. Amo le piante, non ho mai pensato di avere il pollice verde brillante, ma almeno verdino.
Negli anni ne ho ammazzate tante, inavvertitamente, ma non mi è mai capitata una cosa del genere.
Ora in casa gli unici superstiti sono due cactus, che hanno sempre condotto una vita piuttosto appartata e non si sono mai mischiati con gli altre piante e una dracena che è sempre stata degnata di meno attenzioni e tenuta in un angolo, ignorata da tutti. Non le avevamo dato un nome e nessuno in famiglia ha mai detto : “Questa è mia” e l’ha addottata.
Ora sta benissimo. Che sia lei l’assassina?
L’ho letto solo ora, anche se è stato pubblicato due giorni fa, perchè ho avuto una settimana un po’ impegnativa. L’ho trovato in rete ed eccolo qui. Un articolo dal titolo emblematico Non è un paese per donne che parla di un saggio Ma le donne no che fa il punto sulla tragica situazione femminile italiana. Racconta cose che si sanno e si vivono tutti giorni, ma fanno comunque una rabbia tremenda. Ieri invece ho letto questo post, dove ci sono un po’ di cifre che ci riguardano, mentre nell’ultimo rapporto Istat sulle famiglie italiane e ho “scoperto” un altro dettaglio: il 26,5% delle italiane ha interrotto il proprio lavoro con il primo figlio e il 32,7% con il secondo. Io faccio parte del primo gruppo…
Oggi siamo andati dall’ottico per ordinare gli occhiali. Ho anche localizzato la macchinetta per poi fare le foto tessera occhialute assieme. Avevo memorizzato tutte le frasi a effetto che mi avete lasciato come commento all’altro post sull’argomento e ne ho usate alcune. L’atmosfera era tranquilla e serena, il commesso felice e disponibile all’idea di intascarsi almeno 200 euro (porcavacca). Gli occhiali ce li hanno preparati in 40 minuti, perciò abbiamo ciondolato un po’ in giro e finalmente tadaaaaaà: eccoli qui, montatura azzurra leggera e soprattutto custodia verde fluo’ con Idefix il cane di Asterix.
Emma era molto eccitata li ha messi subito e uscite dal negozio ha cominciato a leggere:
“Passo carraio…affitasi ufficio…servizio ricambi…che fico!”
“Perchè prima non vedevi?”
“Vedevo sfocato”
“Perchè non me l’hai detto?”
“Pensavo fosse normale, in macchina ad esempio credevo che i vetri fossero appannati o sporchi”
“Omiodio!”
“Cosa?”
“Niente, vedi bene eh?”
“Sì, sì, tutti i dettagli…ma mamma quanti passi carrabili che ci sono!”
Quest’uomo è un genio e non solo per questa striscia.
Ci sono momenti in cui il tran-tran domestico va un po’ stretto, in cui tutti sembrano avere la magica capacità di rompere le scatole, di chiedere la cosa sbagliata nel momento peggiore. Attimi nei quali si vorrebbe poter fare un incantesimo e far sparire tutti dal nostro spazio vitale. In questi casi per evitare il bieco intervento della mamma gemella o anche della moglie gemella- l’altra faccia di extramamma, quella che urla, strepita e manda tutti al diavolo- ho trovato una strategia che funziona. Esco e vado in palestra, il club sportivo è proprio a cinque minuti da casa, e allora “aerobico via” la rabbia. Di solito incontro anche qualcuno che conosco, faccio due chiacchiere e mi distraggo. Torno a casa amabile e sorridente.
Funziona, tanto che spesso mi sento dire: “Mamma perchè non vai un po’ in palestra?”
Forse è sinonimo di qualcos’altro, di un invito ad andare in qualche altro luogo un po’ più maledetto, ma non mi offendo, non leggo tra le righe.
Semplicemente accetto sempre la proposta, perchè so che fa bene per salvare la nostra armonia domestica.
Muoversi e fare un po’ di fatica serve a sfogarsi e a sentirsi meglio e pacificati con il proprio nido. Va bene anche nuotare e penso che possa funzionare anche una bella corsetta, un giro in bici, una passeggiata express con il cane, un rally con il passeggino.
Qualsiasi attività che si possa fare subito: senza dover pianificare. Uno svago che riesca a incanalare un po’ di sforzo, che necessiti un po’ di fatica per non pensare, per svuotare la mente da pensieri negativi e belligeranti. Perchè leggere un libro, scrivere un post, fare una torta (non sono capace ma è per fare un esempio), anche ricamare a punto croce, attività comunque rilassanti, non hanno per me lo stesso potere catartico di una sana sudata.
Ma ditemi, sarò una tomba, voi invece cosa fate quando vorreste strangolare i vostri cari?
Febbraio è il mese dei check up medici: pediatra, dentista, oculista, dermatologo, ortopedico. Quando crescono i figli si ammalano di meno ma non si possono certo abbandonare al loro destino. Quindi in queste settimane ci siamo sciroppate un po’ di visite mediche. Ieri era la volta del controllo della vista per Emma, che ultimamente mi aveva detto di non veder bene la lavagna e anche di avvertire un po’ di mal di testa. Dopo la scuola, guidavo nel traffico e nella pioggia milanese, cercando lo studio della dottoressa dove non eravamo mai stati prima. Nel rumore dei tergicristalli e della ventola che sparava aria a manetta per non fare appannnare i vetri, mi è arrivata la vocina di Emma dal sedile posteriore:
“A me piace lo yo-yo!”
“Cosa?”
“Mi piace lo yo-yo”
“Non capisco!”
“Lo yo-yo, mi piace”
“Ah bene!”
“Ce l’aveva Elli a scuola…”
“Qui ci sono solo parcheggi per i residenti, porc…”
Ho continuato a girare intorno all’isolato porconando alla disperata ricerca di un buco dove infilare l’auto.
“Tu cosa ne pensI?”
“Spero di avere il gratta e sosta, acc..”
“No, dello yo-yo!”
“Bello…guarda quello se ne va!”
Finalmente ho parcheggiato, Emma ha continuato a parlarmi dello yo-yo allo sfinimento, fin dentro allo studio medico. Ma non ho abboccato e non le ho chiesto: “Ne vorresti, per caso, uno anche tu?”
Ecchecavolo! Ogni stupidata che vede…
Viene fuori invece dalla visita che Emma non vede…è piuttosto miope. Deve mettere gli occhiali e portarli sempre. Non me l’aspettavo. Neanche lei e alla notizia comincia a singhiozzare, però nascosta perchè si vergogna. L’oculista è la mamma di un suo compagno di scuola e non vuol farsi vedere. Mi viene in braccio e tiene la testa contro la mia spalla. E’ scossa dai singhiozzi e dice: “Uffa, proprio adesso che devo fare anche tutta quella ginnastica!”
Infatti un paio di mesi fa si è scoperto che ha la scoliosi e forse fra sei mesi, se peggiora, deve mettere il corsetto. Per parecchi anni e per tante ore al giorno. Cerco di fare il possibile per evitarlo. Nuotiamo a dorso in piscina e la portiamo due volte la settimana a fare ginnastica correttiva. E’ noiosa e in mezzo ai vecchietti. Ma lei la fa senza protestare, si impegna.
“Non voglio mettere il bustetto!”, mi ha detto e allora ci dà dentro.
Però ieri le è scesa la catena e si è messa a piangere.
L’ho rassicurata, le ho detto che gli occhiali sono belli, abbiamo fatto la lista di tutti i bambini che li portano nella sua classe. Poi quando siamo tornati in auto le ho detto:
“Meriti un regalo!”
“Lo yo-yo?”
“Anche un altro!”
Ho calato le braghe, sono stata diseducativa. Ma l’ho tirata su di morale.
Ieri sera ha guardato il cartone animato di Kirikù e a un certo punto mi ha detto: “Quando metto gli occhiali poi vedrò bene come i feticci!”
(I feticci sono le sentinelle della strega, stanno sul tetto del suo palazzo e tengono tutto sotto controllo)
Oggi siamo andate dal dermatologo: il neo che ha sotto la pianta del piede è ok. Poi abbiamo cercato lo yo-yo, però nel negozio sbagliato: in uno specializzato in giochi di legno. Siamo uscite con dei mini mobili per la casa dei pupazzi e un puzzle geografico sul mondo.
Ho svaccato di bestia.
Qualche giorno fa ho letto questo articolo su La Repubblica, mi sono ripromessa di farlo leggere anche ad Anita, che fra 3 settimane compirà tredici anni.
Poi l’altra sera, prima della buonanotte, ci siamo messe a parlare di scuola, di insegnanti, di pagelle e di ragazzine e ragazzini.
“Ci sono bambine di prima che vengono a scuola truccate e scollate. Anche con questo freddo, anche se sono piccole, basse e non hanno le tette”, mi ha raccontato mia figlia.
Allora mi è venuto in mente quello che avevo letto nel pezzo di Repubblica, di quanto sia univoco il modello presentato oggi alle adolescenti. Nei giornalini per loro tipo Cioè, Topgirl e altri di cui fortunatamente non ricordo il nome, ci sono espliciti consigli della ginecologa, così espliciti da farsi quasi il segno della croce anche se si è atei, pensando che il pubblico che legge parte dai dodici anni, poi pagine e pagine su come sedurre, piacere, truccarsi, dimagrire, copiare il look vincente della cantante smutandata che scale le classifiche, ecc.
Perchè è questo che si chiede alle bambine, crescere in fretta per diventare sexy ed esserlo dai 12 ai 65 anni.
L’ho commentato con Anita, tenendo al minino i risvolti politici, raccontandole anche un po’ di storia sociale.
Negli anni ‘50 le ragazze dovevano essere “perbene” e più o meno si arrangiavano per apparire tali. Le ho detto delle fujtine e dei matrimoni riparatori. Era più stupita che se le avessi parlato dell’avvistamento di un UFO.
Negli anni’ 70 è arrivato il femminismo, la rivincita delle cattive ragazze e si è aperto un ventaglio di scelta sui modelli da seguire. Le ho parlato dei consultori e del fatto che oggi stiano scomparendo.
Le ho detto che a 12-13-15 anni una ragazzina ha il diritto di essere interessata ad attività diverse: andare a cavallo, giocare a basket, sciare, disegnare, usare il computer, ecc. Non solo cercare di sedurre i maschi. In Francia, ad esempio, abbiamo trovato tantissimi giornalini per teen-ager pazze per l’equitazione, che però affrontavano anche gli altri temi psicologici interessanti per quell’età, da noi non esiste niente di simile. Si va direttamente dalle Winx alla seduzione tout-court, passando per i gossip sui divi.
C’è una grande involuzione nei costumi: una punzione contro la libertà e la consapevolezza femminile. Ho dato la colpa al consumismo per non proiettare troppa negatività sulla mia bambina.
Anita ha concordato con me che il modello seguito dalla stragrande maggioranza delle ragazzine che conosce è proprio quello della velina-to be e per essere diversa ci vogliono grandi dosi di coraggio, fantasia e spirito di indipendenza. E nell’adolescenza non si hanno tonnellate di autostima e sicurezza che permettono di uscire dal coro.
Ho tenuto il tono della conversazione volutamente leggero, senza troppi drammatici approfondimenti per non angosciare mia figlia. Alla fine comunque mi ha chiesto:
“Ma mamma come facciamo a cambiare queste cose? Peggiorerà sempre? Le bambine di cinque anni vorranno già aver le tette?”
Ho cercato di sorridere e rassicurarla: “No, no Anita, vedrai che le cose cambieranno”
Ho mentito, perchè invece sono veramente preoccupata.







